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Un gioco da ragazze: la rinascita del calcio femminile

Il binomio calcio-donne è da sempre terreno fertile per battute tra la facile ironia e l’aperta polemica. Dati recenti parlano, però, di una crescita esponenziale del calcio femminile, nel numero sia di giocatrici e club neonati sia di spettatori e appassionati tifosi. Solo lo scorso 17 marzo, allo stadio Wanda Metropolitano di Madrid, per l’incontro Atletico Madrid-Barcellona sono state registrate 60.739 presenze, che la FIFA ha indicato subito come record assoluto di pubblico per una partita di questo tipo.
Giocata di ragazza in divisa blu.
Il prossimo appuntamento di rilievo nel panorama del calcio femminile sarà l’VIII edizione dei Campionati mondiali, che si terranno in Francia a partire dal 7 giugno. Le squadre partecipanti sono 24 e, fra queste, gli Stati Uniti giocheranno per mantenere il titolo conquistato durante l’edizione canadese del 2015; l’Italia, invece, tornerà a giocare un campionato mondiale dopo vent’anni da Stati Uniti 1999: un traguardo che è stato celebrato anche dall’ingresso della Nazionale azzurra nella raccolta di figurine Panini dedicate alla FIFA Women’s World Cup France 2019.
Palleggio di ragazza nel campo
In termini di visibilità e investimenti, la strada per una piena parità è ancora lunga e in salita, anche se molto è stato fatto rispetto agli esordi. Ma torniamo per un attimo alle origini del calcio moderno, quando i palloni non avevano ancora la camera d’aria e il calcio era appena uscito dai college britannici.

La storia del calcio moderno

Giochi antenati del calcio, che prevedevano l’uso di oggetti più o meno sferici e la presenza di una o più squadre antagoniste su un terreno di gioco, affondano le radici fin nell’antichità, ma la data esatta cui si fa risalire l’inizio del calcio moderno è il 26 ottobre 1863, quando alla Freemason’s Tavern di Great Queen Street, a Londra, i rappresentanti di 11 club britannici si incontrarono per stilare le regole del gioco del football, dando di lì a poco origine alla Football Association, la prima federazione calcistica nazionale.
Bel calcio a giro
Da oltre centocinquant’anni, il calcio maschile si conferma in assoluto lo sport più praticato e seguito, con i suoi quattro miliardi di fan e un giro d’affari che non ha eguali: vanta il maggior numero di campionati al mondo, prevede per i suoi giocatori gli stipendi più alti fra tutti gli atleti professionisti (e non) e richiama sponsor e pubblicità per un valore di diversi miliardi di euro. Differenze incredibili se si pensa che, in realtà, il calcio femminile è più giovane di soli trent’anni, ma fino a poco tempo fa è rimasto fuori dai riflettori e dall’interesse dei più.
Portiere in posa
La prima partita ufficiale tra donne si giocò a Londra il 23 marzo 1895, fra le rappresentanti del Nord e del Sud della città, con la vittoria delle prime per 7-1. L’idea che il calcio, che da qualche anno stava appassionando la società inglese, storicamente maschilista e conservatrice, potesse e dovesse rendersi accessibile anche alle donne venne a una giovane, la cui identità è avvolta nel mistero.
Si festeggia dopo un goal
Da alcuni è stata identificata con la commessa di una drogheria, Jessie Allen, da altri con tale Mary Hutson, ma per tutti è rimasta nota con lo pseudonimo di Nettie Honeyball, con il quale decise di pubblicare un annuncio sul giornale per fondare la prima lega calcistica femminile. Ad aderire con orgoglio al progetto di Honeyball furono 30 donne, tutte animate dal desiderio di dimostrare agli uomini di essere ben più che figure ornamentali, che diedero origine al British Ladies Football Club.
Le parole riportate da un reporter del The Daily Sketch, invitato a partecipare al loro primo match, non furono benauguranti per il futuro del calcio femminile: “Pochi minuti sono stati sufficienti a dimostrare che il calcio praticato dalle donne, se le British Ladies possono essere prese come criterio, è totalmente fuori questione. A un calciatore sono richieste velocità, giudizio, abilità e coraggio. Nessuna di queste quattro qualità è stata mostrata sabato. Per gran parte della gara le donne vagavano senza meta sul campo, in un trottare senza grazia”. Ma un primo tabù era stato infranto.
Nel 1917, durante la Prima guerra mondiale, a causa dell’assenza della manodopera maschile impegnata al fronte, le donne cominciarono a essere chiamate per lavorare in fabbrica alla produzione di munizioni belliche. Alla Dick Kerr di Preston, alcune di loro presero l’abitudine di trascorrere la propria pausa pranzo giocando a pallone in cortile, dando così vita alla squadra delle Kerr’s Ladies. In breve tempo, la curiosità e l’entusiasmo nati in seguito alle prime partite di questa formazione atipica portarono alla nascita di altre squadre femminili: nel 1921 se ne contavano circa 150.
Questo successo inaspettato colpì e preoccupò molti sul futuro del calcio maschile, in particolar modo la Football Association, che il 5 dicembre emise un provvedimento per bandire il movimento del calcio femminile, arrestandone, o per lo meno rallentandone di molto, il futuro sviluppo. È, infatti, solo a partire dalla fine degli anni ’60 che nasceranno le prime federazioni nazionali e internazionali femminili e che la storia del calcio femminile comincerà davvero a muovere i propri passi.
La UEFA ha riconosciuto ufficialmente il calcio femminile nel 1971, mentre il primo campionato mondiale promosso dalla FIFA si è svolto nel 1991 in Cina. Date le enormi potenzialità di questo settore, entrambi questi organismi si stanno adoperando per ottenere risultati sempre migliori. La campagna UEFA Together #WePlayStrong ha rivoluzionato la percezione del calcio femminile, incoraggiando le ragazze a giocare e sottolineando i benefici psicologici, fisici ed emotivi di questo sport; dal canto suo, la FIFA ha pubblicato pochi mesi fa un report che descrive una strategia di crescita per il calcio femminile.

La UEFA ha riconosciuto ufficialmente il calcio femminile nel 1971, mentre il primo campionato mondiale promosso dalla FIFA si è svolto nel 1991 in Cina.

I punti toccati vanno dall’aumento della partecipazione all’incremento del valore commerciale, dallo sviluppo di una comunicazione più mirata alla necessità di garantire una più equa rappresentanza femminile nelle commissioni sportive e negli organi decisionali. E, soprattutto, diventa fondamentale il lavoro sull’educazione e la cultura del calcio femminile già a partire dalla scuola primaria, per creare un terreno fertile da cui sia più facile garantire un futuro roseo a questo sport.

Hamm ha cominciato a giocare a calcio proprio in Italia, dove il padre era stato trasferito per lavoro, e durante la sua carriera ha portato in alto la bandiera della Nazionale americana, segnando ben 158 goal in 275 partite.

A inizio marzo ha fatto scalpore l’accusa di “discriminazione di genere istituzionalizzata” che le 28 calciatrici della Nazionale statunitense hanno presentato contro i dirigenti della US Soccer, lamentando il diverso trattamento – non solo economico, ma relativo anche alle strutture e alle risorse loro dedicate – rispetto ai giocatori della Nazionale maschile. La denuncia ha stupito soprattutto perché la Nazionale femminile americana è la più titolata al mondo (tre titoli mondiali e quattro ori olimpici nel suo palmarès) e perché negli USA il calcio è uno sport praticato più dalle donne che dagli uomini, con un’enorme diffusione anche nei college e giocatrici che sono delle vere e proprie icone, come l’attaccante Mia Hamm, ritiratasi nel 2004 e ancora considerata la soccer player più forte della storia.
Hamm, nata con un difetto congenito ai piedi che l’ha costretta, durante l’infanzia, a indossare scarpe correttive, ha cominciato a giocare a calcio proprio in Italia, dove il padre era stato trasferito per lavoro, e durante la sua carriera ha portato in alto la bandiera della Nazionale americana, segnando ben 158 goal in 275 partite, vincendo due mondiali, conquistando due ori e un argento olimpici e ottenendo – unica donna, insieme alla connazionale Michelle Akers – un posto nella FIFA 100, la classifica dei 125 giocatori più forti al mondo, stilata nel 2004.
Nel 1998 la Mattel si è ispirata proprio a Mia Hamm per creare l’iconica Barbie Soccer Player e, vent’anni dopo, fra le 17 “inspiring women” cui l’azienda statunitense ha dedicato la collezione Sheroes, è stata la volta dell’italiana Sara Gama, capitano della Juventus e della Nazionale di calcio. Consigliera della FIGC e presidente della Commissione federale per lo Sviluppo del Calcio Femminile, la giovanissima giocatrice si impegna da tempo perché il calcio femminile trovi la dimensione che merita nel panorama sportivo italiano.
In Italia, paese in cui il calcio è profondamente radicato nelle cultura popolare ed è argomento che accende gli animi, fra i temi maggiormente discussi c’è il riconoscimento del professionismo delle donne in ambito sportivo, perché a oggi la legislazione impedisce loro di godere dei vantaggi della legge n. 91/1981, che regola i rapporti tra atleti e società e garantisce ai colleghi uomini tutele previdenziali, sanitarie e contrattuali. Nel 2016 la Federcalcio ha imposto l’obbligo di un settore giovanile rosa per tutti i club di Serie A maschile, cercando in questo modo di offrire alle calciatrici maggiori opportunità di crescita e di avvicinare lo status del calcio femminile italiano a quello dei maggiori club europei.

Il grande successo del calcio femminile anche in Italia

Il successo di pubblico che la partita Juventus Women - Fiorentina Women, disputata per la prima volta all’Allianz Stadium di Torino lo scorso 24 marzo, parla chiaro e la notizia ha fatto il giro del mondo: il match, valido per lo scudetto, è andato sold out con 39.000 spettatori.

Paese che vai, divieto che trovi. Se l’Italia è per molti aspetti ancora un passo indietro nel riconoscere una parità di genere calcistica, la situazione altrove è ben più critica. Il 12 gennaio 2018 si è festeggiata una svolta epocale in Arabia Saudita, dove per la prima volta, per decreto dell’erede al trono Mohammed Bin Salman, le donne hanno potuto accedere allo stadio per assistere a una partita di football maschile.

Un’altra donna che non si è lasciata intimidire dalle difficoltà del seguire la propria passione è la sudanese Salma al-Majidi, prima donna del mondo arabo a essere tesserata dalla FIFA come allenatrice di una squadra maschile, a dispetto di una fatwa del Consiglio islamico che nel 1983 aveva definito la pratica del calcio da parte delle donne un atto immorale.
Quanto al calcio giocato, la strada è ancora lunga, ma le donne non perdono le speranze: tra le pioniere del calcio femminile in Arabia Saudita, Saja Kamal, classe 1990, ha incontrato il calcio a soli quattro anni e crescendo ha avuto la possibilità di giocare e allenarsi all’estero; adesso che è tornata nel suo Paese è fiduciosa che la diffusione del suo sport del cuore possa davvero cominciare, partendo dalla promessa del maggior coinvolgimento femminile, anche in ambito sportivo, che il piano di sviluppo socio-economico Saudi Vision 2030, approvato dal governo nel 2016, promette di perseguire.
Donne forti, tenaci, appassionate. Donne che non perdono la speranza di vedere finalmente riconosciuta la semplice libertà di correre in campo, di seguire le proprie inclinazioni senza paura del giudizio e di un ostruzionismo anacronistico. Donne che per prime vanno oltre i luoghi comuni e si aspettano che lo facciano tutti, che si divertono e trasmettono messaggi positivi per abbattere barriere culturali e non. Il futuro del calcio, a conti fatti, è rosa.

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