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Dieci cose che devi sapere: i modi di dire dello sport

Sul linguaggio sportivo si potrebbe scrivere un volume intero in cui dare conto di modi di dire,  tecnicismi (come il surplace ciclistico), neologismi (come il celebre catenaccio di Brera), prestiti da altre discipline (stoccata), delle ardite metafore belliche (cannoniere per marcatore) o delle più innocue metonimie (fischietto per arbitro), per arrivare agli epiteti (il Fenomeno o il Pupone), alle iperboli (l’estremo difensore) e ai forestierismi (lo stesso sport è un anglicismo con origine francese) che lo caratterizzano ormai da decenni.

10  modi di dire sportivi e diffusi nel linguaggio comune

Senza poi contare la lingua del tifo e del giornalismo specializzato. Gli elementi di maggior presa e più riconoscibili rimangono però forse i modi di dire sportivi, derivanti dalle discipline più popolari ma ormai parte integrante del linguaggio di tutti i giorni.

  1. Partire in quarta
  2. In punta di fioretto
  3. Zona Cesarini
  4. Fare Melina
  5. Il gregario
  6. Scatenare la bagarre
  7. Mettere alle corde
  8. Gettare la spugna
  9. A gonfie vele / col vento in poppa
  10. Appendere le scarpe al chiodo

1. Partire in quarta

Iniziamo con la scherma e con uno dei modi di dire più travisati ed equivocati tra quelli nati in ambiente sportivo, ovvero partire in quarta, che, nel linguaggio comune, indica il dare il via a un progetto o anche solo a una discussione con grande energia, veemenza ed entusiasmo. Se molti pensano che il riferimento sia da ricercare in una partenza automobilistica con la quarta marcia, invitiamo chiunque a provarci senza far spegnere il motore (altro che scatto bruciante). La suddetta quarta è, infatti, una posizione della scherma molto offensiva, in grado di portare un attacco veloce e spesso decisivo. Da qui il l’espressione si è poi allargata a definire un atteggiamento rapido e risoluto per raggiungere un dato risultato, non solo sportivo.

2. In punta di fioretto

Sempre nel mondo della scherma fra i modi di dire che indicano una modalità di interloquire o rapportarsi accorta, delicata, complessa e raffinata c'è in punta di fioretto. In questo modo di dire si richiama una fase del duello in cui i due avversari si tengono a distanza e le loro armi si toccano solo con la punta, dando il via a un serie di lievi movimenti fatti per studiarsi in preparazione alla stoccata e all'attacco decisivo: un momento ben più aggressivo e risolutivo.

Una fase del duello in cui i due avversari si tengono a distanza e le loro armi si toccano solo con la punta.

Più in generale, questo tipo di modi di dire deriva dalla stessa disciplina della scherma, in grado di trasfigurare uno scontro all’arma bianca potenzialmente mortale ed estremamente violento in un fatto di eleganza e controllo, sicuramente meno rozzo e cruento di altre forme analoghe di combattimento meno codificate anche esteticamente.

3. Zona Cesarini

Vista e considerata la sua grande popolarità, è ovvio che sia il calcio la disciplina sportiva che ha regalato il maggior numero modi di dire poi entrati nell’uso comune. Tra le più curiose rimane zona Cesarini, a indicare un risultato che si ottiene all’ultimo minuto. L’espressione ha avuto origine negli anni Trenta ed è legata a Renato Cesarini, un calciatore oriundo argentino che giocò con la maglia della Juventus dal 1929 al 1935.
Cesarini era solito segnare proprio negli ultimi minuti della partita, ma questo genere di modi di dire, in particolare, nasce dopo una sfida valida per la Coppa Internazionale (l’antesignana dei moderni Europei), giocata il 13 dicembre del 1931, in cui l’Italia vinse per 3 a 2 contro l’Ungheria proprio con un gol al novantesimo dell’attaccante bianconero. La rete colpì a tal punto il giornalista Eugenio Danese che, una settimana dopo, per commentare la vittoria dell’Ambrosiana sulla Roma ottenuta con un gol dell’ultimo minuto, parlò di caso Cesarini.
Successivamente il caso divenne zona, entrando di diritto fra i modi di dire calcistici probabilmente contaminato dal gioco del bridge, in cui essere in zona vuol dire avere chiuso una manche, per entrare quindi nell’uso e comune a indicare un’insperata vittoria conquistata in extremis.

4. Fare melina

Interessanti sono poi i casi di modi di dire che, prima di arrivare al linguaggio comune, passano da uno sport all’altro. È il caso dell’espressione fare (la) melina, che sta a indicare il tirare in lungo una situazione con intenti quasi ostruzionistici e che nasce, probabilmente, in tempi in cui il gioco della melina consisteva nel lanciarsi l’un l’altro un cappello sopra la testa del suo proprietario cercando di non farglielo prendere.
Da lì si è quindi passati al basket, in cui sta a indicare l’azione di trattenere il più possibile la palla nei limiti consentiti dal regolamento, per poi arrivare ad altri sport di squadra come la pallanuoto o il calcio, dove descrive la situazione in cui l’azione è congelata da passaggi continui e sterili senza il dare via a un’effettiva offensiva, con lo scopo di far scorrere il tempo in modo da salvaguardare il punteggio favorevole acquisito senza prendersi alcun rischio. Un comportamento ovviamente poco accettato dal pubblico, anche per la noia dello spettacolo messo in scena, e stigmatizzato in particolare dai tifosi avversari.

5. Il gregario

Secondo solo al calcio per popolarità, e tra le prime discipline a grande diffusione internazionale, il ciclismo in Italia rimane lo sport più seguito a livello popolare almeno fino agli anni Cinquanta. Il suo linguaggio tecnico, però, non è mai entrato nella lingua comune con modi di dire mutuati quanto avrebbe potuto, anche per  il basso tasso di alfabetizzazione medio dell’epoca, che costringeva i cronisti a utilizzare la minor quantità possibile di termini tecnici o di modi di dire.
Alcuni di questi modi di dire, tuttavia, sono comunque trasmigrati nella quotidianità extra-ciclistica, specie quelli che indicano figure o situazioni particolari. È il caso di gregario, termine che deriva dal latino e indica il ciclista professionista che ha il compito, all’interno della squadra, di aiutare il corridore principale (capitano) durante la corsa, svolgendo azioni fondamentali come:

  • rifornire i compagni di cibo o borracce
  • fare la spola con l’ammiraglia
  • impostare l’andatura nei tratti montani e in vista della volata.
Si tratta quindi di atleti che stanno più dietro le quinte rispetto ai campioni, ma che assolvono a un ruolo chiave all’interno dei team. Gregario è annoverato fra i modi di dire quindi come una persona che ne assiste un’altra, solitamente più esperta, in situazioni particolarmente complesse e difficili, svolgendo mansioni determinanti nella riuscita del progetto.

6. Scatenare la bagarre

Importato in Italia dalla Francia, il ciclismo ha come lingua madre il francese, e per questo motivo sono tanti i casi di  modi di dire e termini tecnici di origine francofona poi italianizzati o semplicemente entrati nell’uso comune dell’italiano. Tra i molti, ricordiamo qui il termine bagarre, voce francese di origine basca, che descrive quella fase della gara confusa e tumultuosa che nasce all’improvviso e interessa tutto il gruppo della corsa, e che di solito precede una fuga o la volata finale.
Nel linguaggio quotidiano indica quindi, allargando il discorso, un tafferuglio violento, uno scontro acceso di opinioni, polemico e rissoso, su temi anche alti (politici o culturali, per esempio) che si scatena in un gruppo anche allargato, rapidamente e senza troppo preavviso.

7. Mettere alle corde

Un altro sport importato in Italia dalla Francia a inizio Novecento, anche se si tratta di una disciplina che nella sua forma moderna nasce in Inghilterra, è la boxe, o pugilato che dir si voglia. In questo caso sono tanti gli anglicismi/modi di dire tecnici entrati nell’uso comune (break, ring, ko e round, solo per citare alcuni modi di dire).
Qualunque pugile o semplice appassionato sa, per esempio, quanto è pericoloso essere costretto dall’avversario nell’angolo del ring senza poter fuggire né a destra né a sinistra perché impedito dalle corde, e subire così i suoi colpi senza riuscire a difendersi. Una situazione, quella, appunto, di essere messi alle corde, certamente poco favorevole o ancor meno piacevole, e che, in un contesto di modi di dire, sta a indicare quando si è inchiodati da qualcuno o da circostanze particolarmente sfavorevoli in una posizione che non lascia alcuno scampo o possibili vie d’uscita.

8. Gettare la spugna

Un’altra situazione che nessun pugile vorrebbe mai vivere durante l’incontro è quando il suo allenatore, o chi per lui, decide di interrompere il combattimento perché si rende conto che l’atleta non è più in grado di continuare. E lo fa gettando in terra l’asciugamano, che, però, una volta era la spugna con cui asciugava il sudore del pugile, da cui i modi di dire gettare la spugna (o gettare l'asciugamano in inglese).
Gesti (o modi di dire) che equivalgono a  dichiarazioni di resa e rientrano tra le sconfitte per knockout tecnico (KO), ma che ha allargato il suo significato oltre i confini del ring a indicare l’atto di arrendersi e ritirarsi, rinunciando così a un’impresa, e dichiarando, in tal modo, la propria inadeguatezza o l’impossibilità a portarla a termine.

9. A gonfie vele/col vento in poppa

Se gli sport popolari come il calcio o il ciclismo sono rimasti egemoni nel coniare modi di dire poi entrate nell’uso comune, anche discipline meno praticate e di minor presa sul grande pubblico hanno regalato alla lingua formule poi convertitesi in modi di dire. A volte, poi, cambiando senso o significato.
Prendiamo la nautica, per esempio, in cui un’andatura come quella di poppa, estremamente pericolosa e che necessita di parecchia attenzione in quanto un rapido cambio della direzione del vento può far strambare senza preavviso e mettere a rischio l’incolumità dell’equipaggio e la stessa imbarcazione, diventa, al contrario e in modi di dire dal senso figurato, la migliore modalità di procedere, quella  in cui le condizioni esterne sono le più favorevoli per raggiungere con rapidità e sicurezza l’obiettivo che ci si è prefissati.

10. Appendere le scarpe al chiodo

Concludiamo con una dei tanti modi di dire figurati inizialmente creati a uso e consumo esclusivamente sportivo, ma che poi si sono estesi a campi non solo atletici o calcistici. Se, per esempio, appendere le scarpe al chiodo, è il classico modo di dire che si adotta per descrivere il momento in cui uno sportivo si ritira e abbandona l’attività agonistica, nell'uso comune si utilizza più in generale per chiunque lasci la propria attività o professione.
Sostituendo le scarpe con l’utensile che la identifica maggiormente (per un pittore sarà il pennello, per uno scrittore la penna, ecc.). In inglese si usano modi di dire simili per indicare lo stesso concetto:  to hang up one’s boots, letteralmente, appendere le proprie scarpette da calcio (in inglese football boots).

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