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Meditazione: l’approccio olistico alla prestazione sportiva

Lo sport non è mai soltanto una questione di muscoli, resistenza e tecnica, al contrario, è indubbio che la componente psicologica legata alla concentrazione e alla gestione dello stress giochi un ruolo fondamentale sull’esito di una prova. Tutt’altra cosa rispetto alle comuni tecniche di rilassamento, la meditazione sembra prendere sempre più piede tra gli atleti, nonostante necessiti di una pratica costante perché sia efficace – un po’ come succede per la dieta bilanciata.

A cominciare da Roberto Baggio, antesignano (era la fine degli anni Ottanta), almeno in patria, degli atleti cultori di discipline contemplative, sembrano essere parecchi adesso gli sportivi più o meno noti che si dedicano all'esercizio della meditazione. Nel suo caso, avvicinarsi alla meditazione era stato conseguente a una conversione al buddismo che tuttora l’ex calciatore considera la cosa migliore che gli sia mai capitata, ma la componente spirituale non è certo un discrimine: anche "laiche" pratiche di questo genere, di matrice generalmente orientale, agiscono sull'integrazione psicofisica in modo molto profondo, aumentando la capacità di concentrazione, la sopportazione del dolore e la resistenza allo stress da competizione.

La meditazione nelle religioni, nella filosofia e nei centri fitness

Ciò a cui dovrebbe portare la meditazione, la cui storia millenaria attraversa tutte le principali religioni e diverse correnti filosofiche per poi finire nei centri fitness tante volte come alternativa agli ansiolitici, è una sorta di soppressione degli stati di coscienza: secondo l’induismo vedico, a cui per primo si fa risalire l’esercizio di questa pratica (ben oltre il 2000 a.C.), si tratta di una risposta fisica e metafisica all’esigenza di affrancarsi dal dolore che costituisce la sostanza più autentica dell’esistenza umana.

Attraverso gesti semplici che coinvolgono la respirazione e la recitazione di brevi mantra, si raggiunge una condizione di rilassamento che si avvicina all’imperturbabilità. Ovvero, tramite ciò che viene chiamato “ekagrata” – cioè la capacità di concentrazione su un singolo oggetto –, un distacco assoluto dal resto del mondo, un’insensibilità totale a qualsiasi altro stimolo sensoriale o mentale. In questo modo, con il controllo della propria volontà, si ottiene l’unica liberazione possibile dalla spiacevole condizione mondana, oltre che una piena consapevolezza del sé. «Dopo un po’ di pratica vedrai la tua mente come acqua pura», garantisce il Dalai Lama.

Certo il risultato non è di facile ottenimento, ma pare faccia benissimo anche solo provare a raggiungerlo: più di uno studio universitario conferma che la meditazione regolarmente praticata è in grado di indurre nell’organismo modifiche fisiche e biochimiche, regolando metabolismo, pressione sanguigna e ritmo cardiaco. Non solo ma, spesso combinata a tecniche di visualizzazione, migliora notevolmente anche la resistenza: sintonizzarsi con la propria respirazione può trasformare anche una maratona o una gara ciclistica in un’occasione di meditazione, e in ogni caso contribuisce ad alleviarne la fatica.

Gli sportivi e la meditazione

Sentire meno il peso meramente fisico di una competizione, poi, consente di concentrarsi meglio sul gioco e sulle strategie più opportune, come afferma anche George Mumford, psicologo sportivo che ha seguito alcune squadre dell’NBA tra cui Chicago Bulls e Los Angeles Lakers e che della meditazione è grande fan. Fece un certo scalpore nel 2012 vedere LeBron James (due ori olimpici e la fama di miglior giocatore di basket al mondo, anche dopo 15 stagioni in NBA), meditare in diretta durante il timeout di un Playoff NBA, rilassato come se fosse nel soggiorno di casa sua. L’atleta ha ribadito in più di un’occasione che yoga e meditazione gli hanno evitato negli anni anche svariati infortuni, proprio grazie alla prontezza di riflessi e alla concentrazione raggiunte.

Restando sempre tra i Lakers, anche l’ex giocatore Kobe Bryant ha dichiarato di trarre enormi benefici dalla pratica della meditazione. Bryant, 5 campionati vinti in 20 anni coi Lakers (un vero e proprio record), ricordava che il basket è un gioco fisico solo per un 10%, mentale per il restante 90%, in cui la minima distrazione può facilmente portare a errori colossali. Anch’egli, come un’infinità di altri personaggi, è stato iniziato a questa disciplina tanto semplice quanto complessa, da Phil Jackson, tutt’oggi riconosciuto come un’icona nell’approccio olistico all’allenamento (oltre che nell’allenamento in sé, con 11 titoli NBA raggiunti con i Chiacgo Bulls prima e coi Lakers poi – senza contare i 2 vinti come giocatore con i Knicks nei primi anni Settanta). La chiave del suo metodo di coaching era essenzialmente «one breath, one mind», un principio zen che partiva dal presupposto che fosse necessario lavorare sulla forza mentale quanto su quella fisica e che non per niente gli ha procurato l’appellativo di “Zen Master”.

Jackson non si limitava a far sedere i suoi ragazzi in posizione eretta ma comoda accompagnandoli per tutto il processo (cosa che rivela aver portato incredibili benefici), ma ogni tanto li costringeva al silenzio per un’intera giornata o li faceva giocare al buio. «Non era completamente buio», ha detto poi a Oprah durante un’intervista «ma volevo che sapessero di poter fare anche cose fuori dal loro ordinario».

«Not only is there more to life than basketball, there’s a lot more to basketball than basketball», sono state le sue testuali parole nel suo libro Sacred Hoops, che a oggi ha venduto più di 400.000 copie e che sostanzialmente spiega come applicare i principi della filosofia orientale (ma anche pratiche spirituali dei nativi americani) tanto al basket quanto alla quotidianità, ovvero come agire con “mente chiara”, rimanendo focalizzati anche nel caos; come mettere il “sé” al servizio del “noi” e come non perdere mai di vista il rispetto per l’avversario (non è un caso che tra i libri preferiti dell’ex allenatore ci sia Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig).

La meditazione non imperversa solo nel mondo del basket (anche il cestista azzurro Danilo Gallinari pare esserne assiduo cultore – «Mi ha aiutato a ritrovare l’elasticità, sono diventato più consapevole delle sensazioni che invia il corpo»), chiaramente, ma anche in quello del baseball, con Barry Zito, formidabile lanciatore nonché musicista, e Derek Jeter, considerato uno dei migliori shortstop mai esistiti, che ha rivelato nel 2012 di praticarne un’ora ogni mattina.

Non fanno eccezione nemmeno il rugby, laddove gli All Blacks dichiarano di fare regolarmente yoga e meditazione, e il calcio, che dopo Baggio ha visto anche il commissario tecnico della nazionale gallese Ryan Giggs attribuire a queste pratiche gran parte del merito del suo successo come giocatore, o il calciatore Yūto Nagatomo tenere lezioni di yoga ai suoi compagni dell’Inter (chissà se lo anche per quelli nuovi del Galatasaray). Conferma i benefici di questa pratica anche la giovane tennista russa Maria Sharapova , che mette le sue sedute di meditazione anche sul suo canale YouTube: «Durante ogni partita c’è un piccolo intervallo di tempo alla fine del punto, lì bisogna respirare e guardare avanti», e, stando ai risultati, non è male come consiglio.

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