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Il miglior bar è dentro a un hotel

William Reed Business Media ha rivelato, lo scorso ottobre, la lista dei World’s 50 Bars 2017. Curiosamente, quattro tra i primi cinque sono strutture che fanno parte di un complesso alberghiero, e non sono certo gli unici compresi all’interno di questo particolare elenco, redatto da una giuria di oltre 500 esperti di beverage da tutto il mondo e svelato in una serata di gala e premiazioni sponsorizzata da Tanqueray all’interno della Southwark Cathedral di Londra. È, non a caso, sempre Londra a tenere salda la corona di capitale mondiale dei cocktail con ben otto bar in lista di cui addirittura quattro nella top 10 e uno al primo posto.

Il viaggio tra bar inizia a Londra

Svetta infatti, in quella che si può considerare una sorta di guida internazionale, lo storico American Bar del Savoy Hotel di Londra, tra i più celebri nel mondo da oltre 125 anni, nonché dimora di barman leggendari come Ada Coleman, nei primi del Novecento, Harry Craddock, negli anni Venti, Joe Gilmore, Victor Gowe e Peter Dorelli, più recentemente. Erik Lorincz, il barista “resident” - per usare un gergo comune ai DJ - proprio al Savoy, al momento dell’assegnazione del premio, si è detto giustamente molto orgoglioso e ha dichiarato a The Telegraph che è stato fantastico vedere tanto duro lavoro ripagato: “Penso che ci siamo distinti perché il nostro ultimo concept di menu, il Coast to Coast - che viaggia non solo attraverso la Gran Bretagna ma anche attraverso i secoli - è audace e unico, ma i cocktail restano comunque accessibili. Abbiamo analizzato attentamente diverse categorie di bevitori in base ai loro gusti e alle loro preferenze e valutato nei minimi dettagli ciò che piace e non piace alla nostra clientela”.
In effetti, basta un’occhiata al Coast to Coast per rimanere affascinati dal lavoro di ricerca quasi avanguardistico e dalla sensibilità dimostrata verso i gusti dei propri ospiti: Erik Lorincz e il manager dell’American Bar Declan McGurk hanno infatti creato una vera e propria “esplorazione concentrata” della campagna britannica tra il Kent e Castle Rock e del suo folklore, a cominciare dagli ingredienti dei cocktail del menu, tutti provenienti da quei territori, fino ad arrivare alla combinazione dei materiali dei calici in cui vengono serviti – ardesia incastonata nel vetro, argento, legni pregiati. Non è, così, soltanto una metafora affermare che ogni drink racconti una storia, dal momento che il menu stesso sembra quasi un vecchio libro di favole inglesi, con illustrazioni ad accompagnare il glossario.

Quando i drink raccontano storie

Il viaggio inizia nel Giardino d’Inghilterra, ovvero la florida zona del Kent, con long drink leggeri e freschi, serviti in splendidi terrari di vetro, realizzati su misura, come ad esempio l’Oast House Fizz, che deve il nome alle case abbandonate disseminate in tutta la zona, usate da sempre per far asciugare il luppolo, e che combina gin, vino Cocchi Rosa, sciroppo d’ananas, succo di limone, tintura di luppolo ed erbe, acqua gassata e albume d’uovo.

Prosegue con i coupé appoggiati sui vassoi Art Deco d’argento delle zone londinesi, coi calici - sempre d’argento - su base di legno, dei cocktail ispirati alla foresta di Sherwood, e finisce poi sulla costa opposta, con drink intensi e quasi selvaggi come l’Arthur’s Seat, che deve il nome a una collina formatasi sui resti di vulcano spento, a un miglio da Edimburgo, che miscela whisky di malto invecchiato 16 anni, Cocchi Rosa al caprifoglio selvatico, acqua di miele, aceto di lamponi e bitter di fiori.

Ma, come dicevamo, il bar del Savoy non deve la sua fama solo alla raffinatissima sperimentazione, all’eleganza della location e alla cura maniacale dei dettagli, ma anche a una tradizione ultracentenaria. Basti pensare che uno tra i libri dedicati al beverage più famosi in assoluto è stato scritto nel 1930, dall’allora capo barman dell’American, Harry Craddock, dopo che ebbe fatto ritorno in patria a causa del Proibizionismo americano. Unica opera dell’autore e verosimilmente anche nel suo genere, The Savoy Cocktail Book è un mix di interessanti illustrazioni colorate di Gilbert Rumbold, capace di restituire perfettamente il clima elegante e godereccio di quegli anni, e di ricette che hanno fatto la storia, oltre a una serie di consigli acuti e ironici.
Considerato quanto può offrire in termini di tradizione e sperimentazione una struttura del genere, non stupisce affatto che anche il secondo posto della classifica sia stato assegnato al bar di un hotel (londinese), ovvero il Dandelyan del Mondrian, progettato da Tom Dixon come una sorta di lussuosa nave da crociera Art Deco: panche in pelle color lavanda, pareti vetri che si riflettono su tavoli a specchio e sontuose poltrone di velluto verde oliva, intorno a cui corre un bancone ricavato da un unico blocco di marmo verde. Inserti in ottone dorato completano l’interior design, che si addice a differenti momenti della giornata, dal drink del dopocena fino all’ormai celebre tè pomeridiano del Dandelyan, il Wyld Tea, servito con un originale menu ispirato agli anni’70 e abbinato ai cocktail “botanici” creati appositamente dal pluripremiato mixologist Ryan 'Mr. Lyan' Chetiyawardana.
Il bartender è famoso nel settore per gli originalissimi intrugli di piante e radici e per i drink che ha creato, come il vino al cetriolo e miele, quello di pomodoro, il vermouth di pinoli e la linfa di cedro. E ancora lo Spritz alla rosa vitruviana, con vermouth di girasole e cioccolato, vodka, scorza di bergamotto e liquore alla lavanda influenzato dalla sequenza di Fibonacci, o il Lonely Heart Killers, un peculiare miscuglio di rum con tonka e giglio, ispirato al serial killer americano del voodoo Raymond Fernandez.

Ma la peculiarità del Dandelyan risiede forse proprio nel mix tra l’appeal superglam del Mondrian e l’atmosfera quasi da bar di quartiere che si respira tra le fila di divani in pelle rosa, alleggerita dalla musica ogni sera diversa, dal funk al rock alla disco anni Settanta e Ottanta e all’hip hop del Sunday Lyan della domenica sera.

NoMad Bar, un'icona nella grande mela

Situato a New York, come il Dead Rabbit, al quinto posto della lista, il NoMad Bar dell’omonimo hotel, premiato anche come miglior bar di tutto il Nord America. Nonostante abbia aperto i battenti solo nel 2014, in risposta alla travolgente domanda creatasi subito dopo l’apertura del NoMad Hotel due anni prima, il bar è già diventato un’icona e uno dei locali essenziali in città, dall’appeal indubbiamente più lounge, regale e al tempo stesso urbano rispetto ai due che lo precedono in classifica.
Incorpora al suo interno l’originale Elephant Bar, adiacente al ristorante dell’hotel, ma è dotato di un ingresso indipendente sulla West 28th Street, appena a est di Broadway, e di un’ampia sala circondata da gallerie dove il mogano la fa da padrone.
Come in una taverna d’altri tempi ma con tutta l’eleganza di un grande hotel, Leo Robitschek, premiato direttore del bar, crea cocktail di maxi formato, anche per otto o dieci persone, con le sue personali rielaborazioni di Sherry Cobbler, Whiskey Smash e Zombies.
E per la quarta posizione della classifica si ritorna a Londra, Mayfair, con il Connaught Bar, nato da meno di una decade e già un classico, grazie anche alla direzione di uno dei baristi più decorati al mondo, Agostino Perrone, il cui Bloody Mary è da tempo un punto di riferimento nel settore. Elegante, d’atmosfera, talmente solido nella sua classicità che nemmeno la recente ristrutturazione, curata dall’architetto parigino India Mahdavi, ne ha intaccato lo stile - finendo, anzi, per accrescerne il fascino –, è dotato di una lista che include i migliori cocktail mai realizzati negli ultimi due secoli. Un ambiente e una carta a cui si unisce la possibilità di incontrare una grande varietà di ospiti da tutto il mondo, con gusti non troppo dissimili dai propri: quanto basta per rendere davvero poco sorprendente il fatto che Connaught rappresenti l’ennesimo esempio di bar, presente all’interno di un hotel, ad aver raggiunto i primi posti del World’s 50 Bars 2017.

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