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5 consigli e 4 app per vincere la dipendenza da smartphone

Le fobie sono paure incontrollabili e per lo più irrazionali che possono influenzare in maniera evidente la vita di chi ne soffre. Conosciamo di sicuro l’agorafobia, che consiste nella paura di trovarsi in spazi aperti e situazioni non familiari, e il suo opposto, la claustrofobia, che è invece la paura degli ambienti chiusi; sappiamo riconoscere l’aracnofobia come terrore assoluto dei ragni o l’idrofobia come repulsione per l’acqua, e ci è (tristemente) ben nota la xenofobia. Pochi di noi, però, sanno cosa sia la nomofobia, per quanto tutti – in un modo o nell’altro – ne siamo ormai inevitabilmente soggetti.

Se solo nei prossimi minuti cominciassimo a staccarci dallo schermo del cellulare e a guardarci negli occhi, in fondo saremmo già un passo più vicini dalla libertà.

Il termine nomophobia è stato coniato in Gran Bretagna ed è frutto della contrazione di no-mobile-phone phobia: si tratta di una sindrome da disconnessione che si può descrivere sinteticamente come paura di trovarsi senza cellulare. Alzi la mano chi non soffre almeno un po’ all’idea di scordare il telefono a casa, chi non ha paura di vederselo sottratto, chi non ha mai temuto che si scaricasse proprio mentre era per strada senza accesso a una presa elettrica e chi, peggio ancora, si è trovato per qualche giorno o, solo qualche ora, senza connessione Internet e si è sentito perduto.
Dormire con lo smartphone mette a repentaglio la salute fisica
Le tecnologie hanno, per molti versi, semplificato le nostre vite e hanno reso possibili cambiamenti che solo pochi decenni fa sembravano fantascienza, ma è indubbio che, oltre a questo, ci hanno resi un po’ meno autonomi, un po’ più pigri, forse persino più soli.

Nomofobia, ovvero siamo prigionieri dei nostri device

Basta guardarci intorno per riscoprirci tutti prigionieri dei nostri device:

  • gli smartphone sono ormai diventati estensioni dei nostri arti superiori, palliativi per tutti gli stati di ansia, noia, attesa e imbarazzo durante i quali è più facile infilarci con lo sguardo nello schermo piuttosto che affrontare le nostre stesse emozioni;
  • le fotocamere sono lo specchio in cui riflettiamo ciò che vogliamo vedere di noi e ci servono per indagare, curiosare e paragonare la nostra vita a quelle degli altri;
  • la connessione costante ha scardinato i confini fra i Paesi e i fusi orari, ma ha anche abolito l’alternanza di giorno e notte e fra il tempo dedicato al lavoro e la nostra vita privata, facendoci vivere in una dimensione di allerta perenne, in un bisogno di essere e sentirci sempre presenti.

Gli effetti di questo rapporto ormai pervasivo con smartphone e tablet si fanno sentire anche sul piano fisico: sono sempre più numerosi i casi di text neck con cui soprattutto donne e giovani si trovano a fare i conti, tanto che si potrebbe parlare di epidemia.

Anche ai concerti lo smartphone sembra essere imprescindibile

I sintomi di una vera e propria malattia

I sintomi causati dall’avere la testa sempre china sullo schermo sono tensioni muscolari a livello delle spalle, rigidità alla nuca e fastidi nella zona cervicale, e non c’è da stupirsene se si pensa che, se in posizione eretta la testa pesa dai 4,5 ai 5,4 kg, una flessione verso il basso fa aumentare notevolmente il carico cui le vertebre sono sottoposte: da 12 kg con un’inclinazione di 15° a 27 kg per una di 60°.
Tendiniti o sindromi del pollice da smartphone colpiscono chi stressa eccessivamente questa articolazione per inviare messaggi e digitare di continuo; mal di testa, fastidi agli occhi e addirittura problemi alla corretta produzione di melatonina, l’ormone necessario all’equilibrio sonno-veglia, sono invece dovuti alla costante esposizione alla luce di monitor e schermi di vario tipo.

Da paura a dipendenza: la prima clinica per disintossicarsi dagli smartphone

Secondo alcuni recenti studi, oltre certi livelli, la nomofobia da semplice paura rischia di diventare una vera e propria dipendenza, al pari di quelle da gioco d’azzardo, da shopping compulsivo, da lavoro o da relazioni affettive, con effetti collaterali manifesti come mancanza di respiro, tremore, sudorazione, nausea o accelerazione del battito cardiaco.

Il 57% delle persone controlli il telefono appena sveglio e che addirittura l’83% si lasci distrarre dalle email di lavoro anche durante la notte. controlliamo lo schermo almeno 200 volte al giorno.

Per capire le proporzioni del fenomeno e la necessità di non sottovalutarne i rischi basta sapere che in Brasile è già nata la prima clinica per la disintossicazione digitale, l’Instituto Delete di Rio de Janeiro, che offre trattamenti gratuiti a quanti necessitano di un aiuto per guarire da questa forma di ossessione.

Statistiche (allarmanti) sull’utilizzo quotidiano dei cellulari

Senza cedere agli allarmismi, le statistiche riportano dati che dovrebbero per lo meno farci riflettere: si stima infatti che il 57% delle persone controlli il telefono appena sveglio e che addirittura l’83% si lasci distrarre dalle email di lavoro anche durante la notte. Che il telefono squilli davvero o sia solo una nostra percezione (si chiama ringxiety, o sindrome dello squillo fantasma), controlliamo lo schermo almeno 200 volte al giorno e, se ci sembra di non avere tempo a sufficienza per tutti i nostri impegni, è probabilmente perché, per recuperare il tempo perso a consultare notifiche, messaggi, mail e app varie abbiamo bisogno di due ore in più di lavoro.
Ogni occasione è buona per controllare la mail sullo smartphone
Siamo così ossessionati dalla FOMO (fear of missing out, la paura di perderci qualcosa), che spesso non ci concentriamo su quello che ci sta raccontando la nostra migliore amica davanti a un caffè, sulla domanda che ci ha appena fatto il collega di scrivania, o su quello che ci chiede il nostro partner seduto a tavola di fronte a noi.

Affrontare  la nomofobia come una dipendenza

Per guarire dalla nomofobia, al pari di ogni dipendenza, può essere utile affrontare un percorso di disintossicazione: si può cominciare da semplici regole di buon senso, come spegnere il telefono durante la notte, guardare un intero film senza controllare le notifiche dei social o pranzare lasciando il cellulare nella borsa, ma si può anche pensare di concedersi qualche giorno offline.
Le radiazioni di schermi e di smartphone facilitano l'insorgere della nomofobia
Le soluzioni non mancano: sono infatti sempre più numerosi i rifugi, le baite di montagna, gli alberghi o i resort di lusso che stanno optando per un turismo “analogico”, e fioccano proposte di vacanze all’insegna della ricerca di una rinnovata connessione con sé stessi, magari attraverso pratiche di yoga, mindfulness o meditazione.

4 App e 5 regole per disintossicarsi dagli smartphone

Per quanto sembri un controsenso, lo smartphone può venirci in soccorso nella disintossicazione: esistono infatti moltissime app che si propongono di aiutare a starne lontani più di 20 cm e una manciata di minuti.

  • Siempo, fra le più utilizzate, consente di silenziare alcune app per un tempo stabilito e mostrare le notifiche mancate solo alla fine del periodo di “quarantena”;
  • QualityTime ci permette di fare un controllo sulle nostre (cattive) abitudini e sulle attività che svolgiamo sul nostro smartphone, dandoci la possibilità di stabilire dei limiti di utilizzo su alcune app e consigliandoci di fare una pausa ogni volta che ne rileva un abuso;
  • Forest è un’applicazione che paragona la nostra attenzione ad un albero che cresce: ogni volta che la accendiamo, decidendo di dedicarci del tempo offline, possiamo piantare un seme, vederlo germogliare e andare così a coltivare – letteralmente la nostra concentrazione, ma nello stesso tempo possiamo contribuire al bene del pianeta, attraverso un vero progetto di riforestazione.
  • BlackOut, più essenziale, ci fa decidere l’ora di inizio e fine del blocco digitale, lasciando a noi la gestione di cosa fare del “nostro” tempo.
Secondo il programma Digital Detox, la ricetta per vincere la nomofobia si basa su cinque semplici regole:

  • Rallentare, per imparare a vivere nel momento presente e non nelle storie passate o nelle proiezioni future;
  • Ridurre la dispersione di tempo, energia e attenzione causata dal massiccio utilizzo dei device;
  • Ridisegnare gli ambienti in cui siamo soliti vivere reiterando i comportamenti sbagliati;
  • Riprogrammare le nostre abitudini in maniera sana;
  • Ricaricarci attraverso hobby, passioni, interessi, vacanze o, semplicemente, cura di noi stessi.

Si dice che ci vogliano 21 giorni per scardinare un’abitudine: se solo nei prossimi minuti cominciassimo a staccarci dallo schermo del cellulare e a guardarci negli occhi, in fondo saremmo già un passo più vicini dalla libertà.

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