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Padri e figli, lo sport unisce e lo sport distrugge

Alcuni tra i più famosi campioni di ogni disciplina hanno avuto rapporti turbolenti con i propri padri, altri simbiotici, altri ancora ne hanno raccolto l’eredità. Molti bambini hanno paura dei draghi, ma nel 1977 a Las Vegas ce n'era uno che era terrorizzato da un Drago vero. Non sputava fuoco, bensì palline da tennis. Quel bambino di sette anni era Andre Agassi, costretto dal padre ad eseguire migliaia di colpi al giorno nel campo che egli stesso aveva costruito dietro casa. Il Drago era una macchina da allenamento che l'ex-pugile iraniano Mike Agassi aveva modificato per sparare la pallina più velocemente e da un'angolazione più alta, cosicché l'unico modo per colpirle in maniera appropriata fosse anticipare drasticamente il colpo.
Questo è solo uno dei tanti aneddoti di quello che probabilmente è il rapporto più famoso tra uno sportivo di successo e suo padre. Una storia diventata celebre dapprima per l'autobiografia scritta dal figlio a cui è seguita quella del papà, che si è difeso dalle accuse rincarando la dose e difendendo a spada tratta il suo operato.

Anche Peter Graf, padre della tennista Steffi, ha indirizzato la vita della figlia sin da giovanissima, mettendole una racchetta in mano già a tre anni e seguendone poi ogni passo per tutta la carriera da professionista, fino a metterla in difficoltà quando venne incarcerato per evasione fiscale. Un padre opprimente e padrone, senza il quale, però, probabilmente Steffi Graf non sarebbe diventata una delle tenniste più forti della storia e non avrebbe nemmeno conosciuto (e poi sposato) Andre Agassi. E, sempre a proposito di padri, proprio nella biografia del tennista americano è raccontato il primo incontro tra il suo e quello dell'atleta tedesca. I due si fiutano, parlano, discutono e poi vengono alle mani, ognuno per difendere le proprie teorie.

Padri e figli: amore e odio

Ma quella delle famiglie Agassi-Graf non è l'unica vicenda nel mondo dello sport che ha messo in relazione turbolenta padri e figli, anzi. Quello del genitore-allenatore-tiranno è uno schema che si ritrova spesso nel curriculum di tanti campioni e in discipline che non hanno nulla a che fare tra loro.

Pensiamo a Marc Girardelli, probabilmente il più grande sciatore della storia, che ha sacrificato i primi trentatré anni della sua vita per lo sci. A cinque anni era sulle piste e due anni dopo già impegnato nelle prime gare, seguito sempre e soltanto dal padre, che arrivò a scontrarsi con la federazione austriaca per il disaccordo sui metodi di allenamento del figlio. Helmut Girardelli voleva essere l'unico responsabile della carriera del piccolo Marc e così rinnegò l'Austria per farlo gareggiare con la bandiera del Lussemburgo. Ma il loro fu un rapporto simbiotico, praticamente di due contro tutti, vista l’assenza di qualsiasi altro staff a supporto. Solo il papà, il figlio e un furgone che ha percorso praticamente qualsiasi strada di montagna alpina.

Uniti e tesi verso lo stesso obiettivo sono sempre stati anche Giorgio e Tania Cagnotto. Il padre, in questo caso, non è stato soltanto l'allenatore della figlia, ma anche un ex-campione della medesima disciplina, nonché un tecnico federale. Un rapporto potenzialmente pericoloso, con il confronto continuo tra le due generazioni e possibili gelosie, più o meno consce. Un rapporto che invece è sempre stato positivo e ha portato a grandissimi risultati sportivi, con un padre fiero e orgoglioso che elogia la figlia tutte le volte che può.

Lo sport, una questione di genetica?

Capita, poi, che lo sport diventi questione di dinastia o forse di genetica, come nel caso di Aldo Montano che non solo ha un padre schermidore e olimpionico come lui, ma anche un nonno e ben tre cugini. Tutti sciabolatori, cresciuti e allenati nella stessa storica palestra di Livorno.
Ma se la famiglia può essere una risorsa e una forza, nello specifico nel rapporto con i padri, può anche esserlo la sua assenza e in modi diversi. Le storie di Mike Tyson e di Damon Hill non potrebbero essere più lontane, ma sono accomunate da una mancanza. Quello che per molti è il migliore pugile della storia - sicuramente uno dei più irascibili - fu abbandonato una prima volta dal padre e una seconda dal patrigno, ritrovandosi a dieci orfano e con una madre alcolizzata nella Brooklyn degli anni Settanta che non era certo quella di oggi. Furono le risse di strada e la rabbia a formare i prodromi di quello che poi sarebbe diventato Iron Mike.

Damon Hill, invece, era un quindicenne sereno, ricco e con un padre famoso, finché questi non morì in un incidente aereo. Graham Hill è stato uno dei piloti più forti della storia dell'automobilismo, l'unico ad aver vinto quella che viene definita come la Triple Crown, ovvero un mondiale di Formula 1, la 500 Miglia di Indianapolis e la 24 Ore di Le Mans. Dopo la sua morte, il figlio Damon è cresciuto con una specie di obbligo morale di dover continuare l'impresa del padre, vincendo anche lui un titolo mondiale in F1 a qualunque costo.

È stato difficile separare il puro me dal ragazzo ferito determinato a rivivere la vita del padre per esorcizzare quella perdita scioccante. Durante la mia carriera sono sempre stato confuso: non sapevo se ero davvero un pilota o qualcuno cui era stata affidata una missione da completare prima di poter diventare il mio vero io.

Ma la Formula 1 è tristemente ricca di incidenti mortali, come quello del 8 maggio 1982 in cui Gilles Villeneuve morì a Zolder, entrando per sempre nella leggenda delle corse automobilistiche e lasciando soli due figli. Il piccolo Jacques aveva 11 anni e la consapevolezza di portare lo stesso cognome di quello che era il pilota più amato dell'epoca e che sarebbe sempre rimasto nell'immaginario collettivo. Jacques Villeneuve, pur non avendo lo stesso stile di guida spettacolare del padre, riuscì laddove lui aveva fallito, vincendo il titolo mondiale di Formula 1 nel 1997 ma non al volante di una Ferrari, monoposto che non ha mai condotto in gara.
Mick Schumacher, invece, non ha ancora gareggiato in F1 ma la sua carriera di giovane pilota è un percorso finalizzato alla massima competizione automobilistica. Reggere il paragone con un padre che è anche il pilota più titolato della storia non sarà per niente semplice, considerate anche le condizioni di salute di Michael, su cui c'è totale riserbo. Ma il giovane Mick ha scelto il confronto diretto, o forse il proseguimento di un percorso. I concetti sono validi entrambi, dipende dalle interpretazioni.

Le tante storie del calcio

Come non citare, infine, il calcio. Uno degli sport più popolari al mondo ha tante storie da raccontare, alcune belle, altre meno, ma tutte specchio della vita e del rapporto tra padri e figli. Ci sono i Mazzola: il leggendario Valentino capitano del Grande Torino morto nella tragedia di Superga e il figlio Sandro, diventato poi un protagonista dell'Inter degli anni Sessanta e Settanta, senza quasi avere ricordi di suo padre. Ci sono i Maldini, Cesare e Paolo, entrambi difensori del Milan e della Nazionale, fulgido esempio di famiglia felice “vecchia scuola”, con il padre che ammoniva il figlio di non uscire a mangiare una pizza il martedì sera in vista della partita della domenica. Ma ci sono anche Diego Armando Maradona Junior ed Edinho, figli dei due più grandi calciatori della storia. Il primo non riconosciuto dal padre fino ai venti anni di vita e il secondo arrestato per narcotraffico e riciclaggio di denaro, ma entrambi ottimi esempi di padri fin troppo assenti.

Chi invece è stato sempre presente nella carriera sportiva del figlio è Graziano Rossi, papà di Valentino e pilota del mondiale nei primi anni Ottanta. Pur non avendo vinto più di qualche gara, ha indirettamente preparato l'ambiente ideale per la crescita sportiva di Valentino, che è stato a contatto con le due ruote praticamente fin dalla nascita e che negli anni ha mantenuto sempre un buon rapporto con il padre. Perché la verità è che il mestiere più difficile del mondo è quello del genitore. Ci sono molte più possibilità di fare danni che cose buone e non si può mai abbassare la guardia. Ma quello che alla fine conta davvero è credere nei propri figli, a prescindere dai loro talenti, perché tutti i bambini hanno bisogno di amore, di sorrisi e di calore, anche se sono destinati a diventare dei campioni.

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