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La racchetta: il guantone del tennista

"Il tennis è pugilato, è uno sport violento, uno contro l’altro, è boxe senza contatto". Aveva ragione Andre Agassi, i colpi arrivano e li senti eccome. Solo che hai bisogno di un prolungamento del braccio, di uno strumento vivo che si chiama racchetta per ricevere e colpire, scegliere la traiettoria, la potenza e la velocità da dare alla pallina, al colpo. Un attrezzo del mestiere concettualmente semplice: c’è un telaio, a cui è fissato un piatto corde incrociate, e un’impugnatura. Tutto qui. Eppure la racchetta, nella sua evoluzione tecnologica di quasi 150 anni, non solo è stata determinante per la prestazione e la componente psicologica del tennista, ma è stata capace di ridefinire lo stile del tennis.

Le racchette da tennis nel tempo

La natura ha dato a questo sport quello che ha potuto per circa un secolo. Le racchette in legno hanno segnato un’epoca che va dal 1874 alla fine degli anni Settanta, con il passaggio definitivo alla forma ovale agli inizi del Novecento. Certo, in così tanti anni i metodi di assemblaggio videro un miglioramento, ma la tecnica costruttiva rimase pressoché invariata: un telaio costruito attraverso la stratificazione di sei, sette listelli di legno (principalmente frassino) di diversa qualità ed elasticità, compressi e incollati insieme che rendevano unica ogni racchetta. Le corde erano in budello naturale, il rivestimento dell’impugnatura in cuoio che dopo un paio di settimane di gioco si scuriva a contatto con il sudore nella zona della stretta della mano.
Una racchetta sulle altre invase il mercato divenendo popolare sia tra i professionisti (Laver, Nastase, Panatta, Stolle, Hoad) sia tra gli amatori. La Dunlop Maxply Fort, con quelle sottili fasce rosse (o bianche) sulla parte finale dell’impugnatura divenne un’icona che John McEnroe portò sui campi anche nei primi anni Ottanta. Ma era la versione in cui, insieme al legno, venivano inserite delle lamine di grafite. I materiali stavano per cambiare, il tennis stava per cambiare carattere.

Dalle matite al tennis: la rivoluzione è con la grafite

Uno dei primi a uscire dalla falegnameria fu René Lacoste, grande tennista francese, fondatore del brand di moda ispirato a questo sport. Il Coccodrillo, così lo chiamavano con inconsapevole lungimiranza i compagni di squadra, nel 1965 realizzò un telaio in alluminio, leggero e con una buona capacità di distribuzione delle masse. Ma il vero colpo di genio arrivò una decina d’anni dopo grazie a Howard Head, che già stava innovando lo sci con la sua Head Ski Company. L’imprenditore iniziò a costruire racchette con strati di resine sintetiche e nel 79 acquisì il brevetto della Black Ace, la prima racchetta con il cento per cento di grafite, lanciata dalla taiwanese Kunnan Lo. Una rivoluzione per leggerezza, precisione, versatilità, che permetteva di colpire una pallina a 150 orari.
Da quel momento in poi nacquero veri e propri dipartimenti di ricerca e sviluppo, si iniziò a sperimentare vari materiali come la fibra di vetro, l’astroceramica, il kevlar, il carbonio, il boron, aramide. Fino a quelli di ultima generazione come noryl, vectran, quartzel, dyneema etc... Mentre l’esperienza in altre industrie ha contribuito nel tempo a innovare il tennis, come accade per esempio con la Pro Kennex e la collaborazione con l’ingegnere aerospaziale Howard Sommer: l’inserimento sul telaio di capsule con microsfere che si caricano di energia cinetica permettono di eliminare le vibrazioni nel manico. Tecnologie quindi che non apportano solo maggiori prestazioni ma anche più comfort di gioco, minor affaticamento del braccio e ridotta possibilità incappare in infortuni.

Quando la tecnologia cambia lo sport

Racchette più evolute hanno rimodellato stile, caratteristiche e preparazione fisica del tennista. Nell'era del legno la componente tattica, la strategia geometrica, il bel gioco che caratterizzava e categorizzava la firma di un campione erano aspetti più marcati. Perché lo strumento permetteva velocità inferiori e una dinamica di scambio più varia, portando facilmente a dividere i giocatori tra attaccanti del serve & volley e quelli più propensi a una difesa con margini di errore limitati che puntavano tutto su un pallonetto o un passante. E i colpi, in generale, erano piatti o contemplavano una rotazione all'indietro visto che le racchette non facilitavano risposte in top spin.
Dagli anni Ottanta fino a oggi e, probabilmente ancora di più in futuro, si gioca un altro tennis e la responsabile è proprio la racchetta. I nuovi materiali compositi hanno fatto sì che il punto ottimale d’impatto della pallina (sweet spot) si sia ampliato dal centro a tutto il piatto corde. Cioè, è possibile colpire con una velocità molto elevata da qualsiasi zona della racchetta. Che cosa significa? Che nel tennis contemporaneo le differenze tecniche tra giocatori sono molto sottili. Che ormai sono pochi quelli che portano avanti l’approccio servizio e volée. Che spesso tutto si gioca sulla battuta, un tiro micidiale da 250 orari che riduce la possibilità di risposte tali da strutturare un game come accadeva 40 anni fa.

È la racchetta che fa il tennista?

C’è quindi la racchetta sul banco degli imputati, che non necessariamente sta rendendo il tennis meno avvincente, anche se c’è chi invoca una modifica del regolamento da parte della Federazione. Le racchette di oggi consentono colpi potenti da qualsiasi posizione, risposte altrettanto forti a un servizio micidiale, guizzi a sorpresa che prima erano inimmaginabili. Di sicuro però portano in campo giocatori con caratteristiche che sono più allineate tra di loro: grande fisicità, resistenza nel reggere lunghi scambi, abilità nel giocare su qualsiasi superficie. Più regolaristi da fondo campo che fantasisti di vecchia data.
Un’evoluzione, quindi, anche nell’uomo. Prendiamo per esempio Pete Sampras, paragonadolo al sistema operativo di un computer è un upgrade di McEnroe, da cui riprende le capacità di andare a rete ma con un servizio più potente, un tennista fortissimo sui campi veloci come cemento o erba.
Roger Federer? Migliora il gioco di Sampras e acquisisce lo scambio prepotente dal fondo. E andiamo avanti con Rafael Nadal, con cui ci allontaniamo quasi del tutto dal serve & volley arretrando sulla linea di bordo campo insieme alla sua fisicità e alla tenuta nel botta e risposta di grande potenza.
Ma siamo proprio certi che sia la racchetta a disegnare il tennista? Di sicuro, gli atleti si adeguano a uno sport che cambia, lo interpretano anche con lo strumento che stringono tra le mani. Eppure, questo sport non sarà mai condizionato del tutto dall'evoluzione tecnologica. E forse, dovremmo tenere a mente quello che diceva John McEnroe: "Ogni match meriterebbe di essere pensato allo stesso modo di un pittore davanti a una tela ancora candida. Quantomeno, questo è il tennis che piacerebbe a me".

Top 10: le racchette che hanno fatto la storia

Una classifica delle racchette più importanti della storia del tennis? Qualcuno storcerà il naso, perché ognuno ha la sua, con cui ha giocato, vinto quando non riusciva a chiudere un game. Ma queste entrano di diritto nell’albo d’oro per innovazione, vittorie e popolarità.
Dunlop Maxply Fort
È la mamma delle racchette, almeno di quelle in legno. Di sicuro una delle più longeve: introdotta sul mercato nel 1931 divenne una scelta quasi obbligata per generazioni di professionisti (Rod Laver con le sue personalizzazioni) e di appassionati.
Wilson T2000
La T2000, nel 1967, segna il primo grande successo commerciale per una racchetta non in legno. Billie Jean King e Clarck Gaebner vinsero con questa Wilson gli Us National dello stesso anno. Ma è con Jimmy Connors e le sue vittorie a Wimbledon nel 74 e nell’82 che questo modello entra nel mito. Unito al fatto che, terminata la produzione, Connors (disperato) cercò qualcuno che riuscisse a produrre ancora la T2000.
Head Prince Pro
Peso inferiore e piatto più grande rispetto alle racchette in legno che stavano uscendo di scena. Nel 78, con la Prince Pro la diciottenne Pam Shriver sconfisse la Navratilova agli Us Open e dette battaglia a Chris Evert. Racchetta apprezzatissima dagli amatori perché riuscivano ad imprimere maggiore potenza nei colpi.
Dunlop Max 200G
Segna per Dunlop la fase di passaggio dall’alluminio alla grafite nel 1980, una delle prime con questo materiale. Furono Steffi Graf e John McEnroe a mostrare le potenzialità nelle competizioni internazionali, convincendo l’azienda a spingersi nella produzione in fibra di carbonio e in nylon alla ricerca di ancor più leggerezza.
Prince Graphite 100
Dentro questo telaio c’è la tendenza, quanto a materiali e dimensioni degli anni Novanta che bigger is better, seguendo la scelta fatta da Dunlop con la Slazenger’s Max Predator, la prima big size del periodo. La Prince Graphite 100 nelle mani di Michael Chang consentiva una grande efficacia nel servizio, a rete e a fondocampo.
Yonex R-22
Il brand giapponese aveva già un modello in catalogo negli anni Settanta, ma è con l’arrivo della grafite e questa versione allargata della sezione trasversale (isometrica, la prima nel suo genere) che vede il successo nel decennio successivo. Era tra le mani di Martina Navratilova nel 1984, quando trionfava al Roland Garros, a Wimbledon e agli Us Open.
Wilson Pro Staff
Telai da 85 e95 pollici e grafite intrecciata al Kevlar su tutta la testa della racchetta. Una combinazione che restituiva quello che tutti chiamavano feeling Pro Staff. A renderla ancora più famosa pensarono Pete Sampras, Stefan Edberg, Jim Courier, Jimmy Connors, Steffi Graf e Roger Federer.
Head Radical
Sviluppata per massimizzare lo stile di un campione come Andre Agassi. Il tennista americano ricompensò il brand vincendo sette dei suoi otto Slam con la Radical. Fece il suo ingresso sui campi nel 93, divenendo la racchetta più venduta tra il 1999 e il 2004.
Babolat Pure Drive
Il marchio che nel 1875 mise per primo le corde sulle racchette, tirò fuori la Pure Drive con cui Andy Roddick vinse gli Us Open nel 2003. Fu il rilancio di un marchio che proseguirà la sua presenza sul mercato con ulteriori innovazioni di ultima generazione.
Babolat Play
La prima connected racket è stata sviluppata e messa sul mercato da Babolat. Una racchetta con sensori inseriti nel manico che registrano potenza, rotazione dei colpi, top spin, punto d’impatto della pallina e altre statistiche restituendo una panoramica di gioco tramite app. Approvata dalla Federazione, la Play è utilizzata da molti campioni.

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