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La maratona di New York tra passato e presente

La prima edizione della Maratona di New York, quella che è oggi la maratona più famosa e più partecipata al mondo (51.394 gli atleti arrivati al traguardo nel 2016 a fronte delle circa centomila richieste di iscrizione), si è svolta il 13 settembre del 1970, organizzata dai presidenti del New York Road Runners Club Vincent Chiappetta e Fred Lebow. All'epoca furono 127 i concorrenti che, al prezzo di un dollaro (oggi ne servono 385), percorsero sei giri lungo il Park Drive di Central Park.

Solo 55 arrivarono in fondo, dove non più di un centinaio di spettatori si fermarono ad assistere alla vittoria di Gary Muhrcke in 2 ore 31 minuti e 38 secondi (oggi si stima che siano due milioni le persone che si accalcano lungo il percorso durante la gara e oltre trecento quelli che la guardano in diretta televisiva). I premi, il cui ammontare complessivo si aggira oggi intorno agli ottocentomila dollari, erano all’epoca orologi di poco valore e trofei riciclati di competizioni di baseball e bowling.

Da allora si calcola che siano state oltre settecentomila le persone che hanno preso parte alla più importante delle sei maratone che fanno parte delle World Marathon Majors (oltre alla maratona di New York, quelle di Berlino, Boston, Chicago, Londra e Tokyo), una gara ormai entrata nell’immaginario collettivo anche grazie alle foto dei migliaia di runner affollati sul ponte di Verrazzano a Staten Island e pronti a partire, come ogni anno, alle 10.10 della prima domenica di novembre (il limite massimo per concluderla è di 8 ore e 30 minuti).

Dalla prima maratona di New York ad oggi

Dalla prima edizione della Maratona di New York, le cose sono cambiate parecchio. A cominciare dal percorso (la lunghezza rimane ovviamente quella ufficiale di 42.195 chilometri, o, per dirla all’americana, di 26.219 miglia). Nel 1976, infatti, per celebrare il bicentenario della nascita degli Stati Uniti, si decise di modificare il tracciato in modo da attraversare tutti e cinque i distretti della città, in un circuito che non è più cambiato e che, da quell’anno, dopo la partenza dal ponte di Verrazzano di Staten Island attraversa Brooklyn per circa 19 chilometri prima di entrare a circa metà gara nel Queens dal ponte Pulaski, superare l’East River sul temuto ponte di Queensboro (uno dei momenti più difficili della gara), raggiungere Manhattan, passare brevemente per il Bronx e ritornare infine sempre a Manhattan, prima ad Harlem lungo la Fifth avenue e poi a Central Park South dove migliaia di spettatori si radunano ad acclamare gli atleti per l’ultimo miglio.
A Columbus Circle la corsa rientra quindi nel parco per poi concludersi davanti al ristorante Tavern on the Green. Un percorso difficile, ma un’esperienza da provare assolutamente, per citare Stefano Baldini (oro olimpico alla maratona di Atene 2004), in grado di regalare anche momenti curiosi e inaspettati come quello al quattordicesimo chilometro dove, da 35 anni, la Bishop Loughlin High School Band suona ininterrottamente Gonna Fly Now dalla colonna sonora di Rocky, accompagnando il passaggio dal primo all’ultimo concorrente.

L’edizione del 1976, con il nuovo tracciato, segna di fatto la consacrazione della gara. Vinta da Bill Rodgers, che si ripeterà anche nelle tre edizioni successive, la gara vedrà quindi trionfare per tre anni consecutivi Alberto Salazar, atleta di origini cubane e futuro coach del grande Mo Farah. La prima vittoria di un atleta straniero, il neozelandese Rod Dixon, è del 1983, seguita l’anno dopo dall’italiano Orlando Pizzolato. L’Italia sarà quindi protagonista di una storica tripletta, trionfando nuovamente nei due anni successivi, prima dell’egemonia africana degli ultimi decenni con il Kenya a dominare la scena, forte dei suoi 24 successi e dei due migliori tempi: il 2 ore 22 minuti e 31 secondi della keniota Margareth Okayo (2003) e il 2 ore 5 minuti e sei secondi del suo connazionale Geoffrey Mutai (2011).

Una gara ormai mitica che ha regalato momenti di grande emozione, come quando nel 2005 il keniota Paul Tergat riuscì a vincere la gara battendo allo sprint il sudafricano Hendrick Ramaala per un solo secondo, ma che ha anche dovuto affrontare diverse difficoltà: l’edizione 2012, per esempio, è stata annullata a un giorno dalla partenza da parte del sindaco Michael Bloomberg a causa del passaggio dell'uragano Sandy, così come non si possono dimenticare le tre morti che hanno contraddistinto, tragicamente, l’edizione del 2008: quelle del brasiliano Carlos Jose Gomes, crollato a terra appena conclusa la gara, del sessantaseienne Joseph Marotta, colpito da infarto ore dopo aver concluso la sua quarta maratona di New York, e di Fred Costa, collassato durante il percorso e morto 13 giorni dopo, il 15 novembre.

Una corsa come simbolo di parità

La New York City Marathon rimane inoltre anche uno dei simboli mondiali di parità di genere, almeno nello sport: nel 1970, la Amateur Athletic Union, la federazione sportiva degli Stati Uniti, non permetteva infatti alle donne di partecipare alle maratone, ma Fred Lebow e Vince Chiappetta ignorarono il divieto permettendo fin da subito anche alle atlete di potersi iscrivere. Una scelta felice perché fu proprio una donna, la norvegese Grete Waitz (una delle più grandi maratonete di tutti i tempi che a New York vincerà per ben nove volte), a conquistare nel 1978 il record mondiale, concludendo la gara con il tempo di 2 ore 32 minuti e 30 secondi, regalando così alla manifestazione quella grandissima popolarità che non è più venuta meno.

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